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Regione autonoma Valle d’Aosta | 15 Giugno 2026

Valle d’Aosta, nuove geografie. Cinque luoghi ci insegnano come cambia la montagna

Cresta del Lyskamm. Foto: Archivio fotografico della Regione Valle d'Aosta

Aosta, giugno 2026 – A Donnas, nella bassa Valle d’Aosta, la strada romana è lì da duemila anni. Basolato che, seppur consumato da secoli di passi, è ancora intatto, ancora percorribile, l’illusione dell’eternità romana che restituisce un’istantanea idea di continuità tra noi, chi c’è passato prima, chi ci passerà dopo.

Eppure, proprio lì accanto, negli ultimi anni, ha cominciato a fare capolino qualcosa di inatteso e, in qualche misura, spiazzante: gli olivi. Ospiti a sorpresa in una regione che il mondo associa, oltre che alle vestigia romane, alla neve, ai ghiacciai, a torrenti burrascosi e a formaggi che sanno di montagna; a castelli e fortificazioni di ogni epoca e al vino, quello buono, che per il solo fatto di riuscire a spingersi a certe quote viene definito eroico. Ma, certo, non all’olio d’oliva.

Due tempi diversi, a Donnas, camminano fianco a fianco: il tempo della pietra, di una strada che si illude di non cambiare e di durare almeno per millenni, e quello, reattivo e intelligente, della vegetazione. Quello di un albero d’olivo che non dovrebbe esserci, e invece c’è.

È una buona immagine di quanto sta succedendo nelle regioni montane del continente europeo e, tra queste, della stessa Valle d’Aosta, la più piccola d’Italia e, non a caso, anche la più alta, compresa in un dislivello da oltre 4.400 m tra il punto più basso e quello più alto e con 2/3 del territorio al di sopra di quota 2.000 m s.l.m.

Sembrano freddi numeri. Invece raccontano cosa significa per una regione essere frontiera: tra tre paesi — Italia, Francia e Svizzera — ma anche tra climi diversi, tra ecosistemi che si toccano e si sovrappongono. Proprio per questo la Valle d’Aosta è uno dei luoghi in cui le evoluzioni climatiche si leggono prima e più chiaramente: perché chi vive e lavora su una frontiera è sempre il primo ad accorgersi quando qualcosa cambia.

A raccontare questi cambiamenti sono cinque luoghi simbolo della regione — ciascuno a modo suo, ciascuno con una storia diversa. Cinque aree in cui il paesaggio, la fauna, la flora o l’agricoltura stanno evolvendo in modo visibile, documentato, osservabile da chiunque voglia andarci e sappia tenere gli occhi aperti. Luoghi diversi da come li ricordavano quegli stessi occhi anche solo dieci anni fa, diversi da come appariranno tra dieci anni.

Ghiacciaio del Lyskamm, massiccio del Monte Rosa

Era una mattina d’agosto del 2022. La guida alpina Corrado Gaspard stava risalendo la parete est del Lyskamm, nel gruppo del Monte Rosa, a 4.291 metri di quota. Non sapeva che quel giorno avrebbe trovato qualcuno ad aspettarlo: una piccola marmotta, rannicchiata su una roccia, mummificata. Un’attesa, si scoprirà qualche settimana dopo, a seguito di accertamenti al radiocarbonio, durata seimila seicento anni.

La mummia del Lyskamm — straordinariamente integra, pelliccia e tessuti compresi — è il più antico reperto mummificato d’Italia.

Ma la domanda più potente che pone non è sulla morte, è sulla vita: cosa ci faceva una marmotta a quella quota? Quale ambiente era presente, seimila anni fa, dove oggi c’è il ghiacciaio?

È qui che la storia di un piccolo erbivoro preistorico smette di essere una curiosità e diventa una chiave di lettura. Le Alpi non sono mai state immutabili — e quello che oggi appare dominato dal ghiaccio poteva non esserlo, e probabilmente non lo sarà per sempre. La mummia del Lyskamm, visitabile all’interno del Museo regionale di Scienze naturali Efisio Noussan nel Castello di Saint-Pierre, non racconta solo il passato: suggerisce come potrebbe essere il futuro.

Montjovet — l’ulivo sale in Valle d’Aosta

Rudy Perronet al mattino scala ghiacciai. Al pomeriggio va per olivi. Guida alpina di mestiere, olivicoltore per scelta, assaggiatore ministeriale per passione: la sua storia è già di per sé un’immagine di come stia cambiando la Valle d’Aosta.

Nel 2019 ha fondato Les Cents Oliviers sulla collina di Montjovet, in una conca esposta a sud-ovest, bagnata dall’acqua che scende dal ghiacciaio del Verra. Centocinquanta ulivi su un ettaro di terra che apparteneva ai suoi nonni. Il primo olio — Huile des Glaciers, olio dei ghiacciai — è andato sold out nel giro di pochi giorni dal lancio. Lo chef stellato Paolo Griffa lo ha anche inserito nel menu del Caffè Nazionale di Aosta. La Valle d’Aosta era l’unica regione italiana a non produrre olio. Non lo è più. E quello che cresce a Montjovet, dice Perronet, non ha nulla da invidiare a quelli di regioni più blasonate: stessi polifenoli, stessa qualità, sapore di erba tagliata, carciofo, mandorla e mela verde — con quel solletico finale in gola che è il segno di un buon extravergine.

Un dettaglio in più, quasi simbolico: l’acqua che nutre gli olivi arriva proprio da un ghiacciaio.

Gran Paradiso — l’evoluzione del rapporto tra l’uomo e il mondo naturale

Alla fine dell’Ottocento lo stambecco alpino sembrava destinato all’estinzione. Sopravvivevano, tra le valli del Gran Paradiso, poche centinaia di capi. Un nucleo modesto, da cui è iniziata una delle più straordinarie storie di conservazione della fauna europea: oggi lo stambecco è tornato a popolare gran parte dell’arco alpino. Ma il Gran Paradiso racconta anche un’altra trasformazione, meno visibile e forse ancora più profonda. Per secoli queste montagne furono considerate un territorio di caccia e di conquista; oggi sono uno dei luoghi simbolo della tutela della natura in Europa. In pochi luoghi è possibile leggere così chiaramente l’evoluzione del rapporto tra l’uomo e il mondo naturale: dal dominio alla custodia, dal possesso alla responsabilità. Potremmo fermarci qui e sembrerebbe la più classica delle favole a lieto fine ma, nella realtà, dopo ogni lieto fine c’è sempre il giorno dopo.

Lo stambecco si trova oggi ad affrontare una sfida diversa da quelle del passato. Gli studiosi del Parco Nazionale del Gran Paradiso osservano da anni gli effetti di una montagna con inverni più brevi, meno neve e pascoli che cambiano caratteristiche. Lo stambecco, l’animale che più di ogni altro incarna la resilienza delle Alpi, diventa così il testimone di una nuova epoca: non più quella della lotta contro la caccia e il bracconaggio, ma quella dell’adattamento a un ambiente che sta cambiando troppo rapidamente.

Rutor — una geografia dei nuovi laghi proglaciali

Nel 1909 una fotografia ritrae il ghiacciaio del Rutor mentre si immerge con una lingua possente nelle acque del Lago del Rutor (anche detto dei Seracchi), a 2.373 metri di quota. È un’immagine maestosa, quasi intimidatoria. Oggi, dagli stessi punti in cui si trovava il fotografo, il ghiacciaio non si vede quasi più: il fronte si è ritirato di centinaia di metri verso l’alto, lasciando al suo posto roccia, sedimenti e acqua. Il lago esiste ancora, ma è diventato qualcosa di diverso. E intorno ad esso, nel corso degli ultimi decenni, sono comparsi altri bacini che sulle carte geografiche dell’epoca non avevano nome — perché non esistevano. Secondo i monitoraggi regionali, soltanto tra il 2006 e il 2015 in Valle d’Aosta sono comparsi quasi 170 nuovi laghi glaciali, un segno tangibile di come il ritiro dei ghiacciai stia ridisegnando la geografia alpina. Alcuni piccoli, alcuni sorprendentemente grandi. Tutti nati dallo stesso processo: il ghiaccio che si ritira, l’acqua che occupa lo spazio lasciato libero. I nostri nonni non conoscevano questi laghi. Non perché non li avessero esplorati: perché non c’erano. C’è anche qualcosa di più antico che riemerge. Al Rutor, con il ritiro del ghiacciaio, è tornata alla luce una torbiera sepolta — sedimenti e materiale organico formatisi tra i 10.000 e i 5.500 anni fa, durante un periodo in cui il clima alpino era più mite di oggi. La montagna che cambia restituisce memoria.

Courmayeur — dove Fondazione Montagna sicura misura l’invisibile

Per secoli i cambiamenti della montagna si misuravano con la memoria. Oggi si misurano con radar, satelliti, sensori e modelli digitali. Ai piedi del Monte Bianco, la Fondazione Montagna sicura osserva alcune delle trasformazioni più profonde che stanno interessando le Alpi. È qui che vengono monitorati ghiacciai come quello di Planpincieux, in Val Ferret, diventato uno dei simboli della nuova montagna alpina: un ghiacciaio osservato in tempo reale, giorno e notte, per comprenderne i movimenti e garantire la sicurezza del territorio. È qui che si studia il permafrost, il terreno permanentemente gelato che tiene insieme molte delle grandi montagne alpine e che oggi si sta trasformando.

A chiunque cerchi dove alloggiare in Valle d’Aosta, il portale Booking Valle d’Aosta – lo strumento per la prenotazione dei soggiorni gestito direttamente dall’Ufficio regionale del Turismo – offre l’elenco delle strutture ricettive della Valle d’Aosta (alberghi, RTA, B&B, agriturismi e appartamenti), con la possibilità di prenotare direttamente online senza intermediari e senza alcun costo di prenotazione, selezionando in base al comprensorio o al tipo di esperienza desiderata.

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