PRESS ROOM

Home / Monterosa Ski / I mestieri del Monte Rosa. Lavoro, presenza, memoria
Monterosa Ski | 15 Ottobre 2026

I mestieri del Monte Rosa. Lavoro, presenza, memoria

Con il cambio di stagione, cambia anche il modo di conoscere la montagna. Tra le valli del Monte Rosa, sabotiers, fabbri e tessitrici raccontano il loro rapporto con la montagna attraverso il proprio lavoro: dai campanacci destinati ai pascoli ai sabots in legno, fino alla canapa per l’alta moda e al marmo artificiale.

Champoluc, ottobre 2026 – Per un malgaro della Val d’Ayas la bella stagione finisce tra fine settembre e inizio ottobre. Si chiama demonticazione, in italiano, ma ogni valle ha un nome diverso per definirla. Coincide con il giorno in cui dagli alpeggi uomini e vacche scendono a valle, in vista dell’inverno. Funziona così da sempre: del resto, con l’autunno, quelle stesse altitudini, che d’estate erano state luogo di lavoro, accolgono le prime nevicate.

E se per gli animali inizia il tempo del letargo, per chi vive ai piedi del massiccio del Monte Rosa con il cambio di stagione, si cambia anche mestiere. È il caso, per Ayas, dei sabotier che, non appena la neve cominciava a cadere, restavano nella propria casa-bottega a intagliare gli zoccoli nel legno, antesignani artigianali dei moderni scarponi da montagna. I sabot, appunto. È una di quelle tradizioni che nessuno ricorda quando, né come, siano iniziate. Ma tutti sanno il perché: per motivi di schiettissima necessità. Servivano calzature robuste, asciutte, in grado di resistere al fango e alla pioggia, e il legno, di certo, non mancava.

E anche se oggi la loro funzione è per lo più decorativa, chi continua a lavorarli assume un ruolo preciso: quello di custode della memoria, di presenza e presidio di una montagna che resiste e si reinventa attraverso il lavoro, senza dimenticare la propria storia. In attesa della prossima estate.

Gontran Sarteur e i Sabotier d’Ayas (AO)

Il mestiere del sabotier comincia dalla scelta di un buon pezzo di legno. Lo si sgrossa con l’accetta, lo si scava con la travéla e lo si rifinisce con la lénguetta. Tutto qui? Un elenco di gesti meccanici e attrezzi intraducibili? Dietro un sabot c’è molto di più: l’emozione di un apprendista che incava il suo primo pezzo, l’attenzione a non forarne la punta da dentro (cosa che spesso accade) ma anche la tranquillità di sapere che, anche se così fosse, il legno per riprovare qui non manca. Non tutti i sabot riescono senza buco.

Lo sa bene Gontran Sarteur, giovane maestro sabotier pluripremiato e punto di riferimento in Val d’Ayas e in tutta la regione, che è possibile visitare per conoscere il suo lavoro e calzare i famosi sabot.

Per saperne di più: I Sabots di Ayas | Visit Ayas

Challand-Saint-Victor (AO): Mauro Savin e la musica delle mandrie

Cosa succede, quando l’arte del ferro battuto incontra l’orecchio fino di un musicista di conservatorio? Succede che anche una mandria di mucche al pascolo può diventare un’orchestra ben diretta. A Challand-Saint-Victor, bassa Val d’Ayas, Mauro Savin, fabbro sin dall’età di 14 anni nella bottega paterna, e fisarmonicista formatosi in conservatorio, modella i campanacci che gli animali indosseranno in modo che siano sempre ben accordati, con l’ausilio di un diapason. Mauro lavora attentamente sugli spessori e sulle aperture del ferro, lasciando che gli allevatori scelgano i campanacci sulla base delle note già acquistate e mancanti.

Chi vuole conoscere il suo lavoro può contattare Sabofer, in frazione Isollaz a Challand-Saint-Victor, e chiedere di incontrarlo e ascoltare le sue campane.

Magari per scegliere quale suono portarsi a casa, anche senza avere una mucca.

Maggiori informazioni: SABOFER – SAVIN Mauro – L’artisana

Simone Desirò, Cristina Beretta e il marmo artificiale di Rima (VC)

Nell’Ottocento, nelle capitali europee, si costruivano palazzi, musei, banche e grandi alberghi. Servivano colonne, scaloni e rivestimenti all’altezza delle ambizioni dei committenti. Era l’epoca dello Stile Impero e il marmo piaceva, ma con l’aumento della richiesta i prezzi della materia prima si impennarono. Fu così che da Rima, in Val Sermenza, sul versante piemontese del Monte Rosa, dove gli artigiani avevano perfezionato una tecnica per riprodurre colori, venature e lucentezza, il “marmo artificiale” arrivò, fin nei palazzi di Vienna, Berlino, San Pietroburgo e Bucarest.

Si parte da un impasto di gesso, collanti e pigmenti. Le venature si compongono a mano; poi si leviga con pietre diverse, fino a ottenere una superficie lucida. Per un metro quadrato servono dalle dieci alle dodici ore. Insomma, il risparmio sul materiale richiedeva parecchia bravura nelle mani.

Oggi questa lavorazione si può conoscere al Laboratorio del Marmo Artificiale di Rima. Fra i suoi maestri ci sono Simone Desirò, decoratore, e Cristina Beretta, restauratrice, entrambi allievi di Silvio Dellavedova. Il museo laboratorio conserva attrezzi, campioni e documenti e propone visite guidate e dimostrazioni su prenotazione. Per provare a comporre il proprio marmo ci sono anche corsi pratici: date e disponibilità vanno richieste a info@marmoartificiale.com.

I telai da canapa di Champorcher (AO): dalle stalle all’alta moda

Un tempo, a Champorcher, per lavorare al telaio durante l’inverno si entrava nelle stalle: il calore degli animali mitigava il freddo e permetteva alle tessitrici di stare insieme in maniera confortevole. Soprattutto, l’ambiente umido rendeva più malleabile e lavorabile una materia prima ruvida e poco scorrevole come il filo di canapa. Fino agli anni Cinquanta, infatti, in queste valli se ne facevano lenzuola, camicie, asciugamani, sacchi e teli per il fieno: cose che servivano tutti i giorni, in casa e fuori.

Oggi la cooperativa Lou Dzeut, nata nel 1989, è tornata a lavorarla su antichi telai restaurati. Il nome, nient’affatto casuale, in francoprovenzale vuol dire sia “sciame”, evocando la lavorazione collettiva della canapa, che “germoglio”, come promessa di nuovi frutti. Dalle loro mani è stata prodotta anche una Baguette di Fendi, per il progetto Hand in Hand, realizzata con canapa filata prima della Seconda guerra mondiale. Un filo rimasto ad aspettare per decenni, insomma, ha trovato parecchio da fare. Per conoscere i tessuti e acquistarli, le tappe sono le botteghe di Champorcher e Donnas; eventuali incontri e dimostrazioni vanno concordati con la cooperativa.

Comunicati stampa

I mestieri del Monte Rosa. Lavoro, presenza, memoria
Scopri di più
Foliage in Rosa
Scopri di più
Monterosa SpA chiude l’estate sfiorando i 150 mila primi ingressi
Scopri di più
Paesaggio artigiano: autunno ai piedi del Monte Rosa
Scopri di più
/